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I lumi e i vampiri

I Revenants nel Settecento tra scienza e teologia

di Francesco Zanolla

Un secolo prima di diventare un’icona della narrativa macabra, il vampiro fu protagonista di un intenso dibattito a cui contribuirono scienziati, medici, letterati (quali Scipione Maffei e addirittura Voltaire, che vi dedicherà un sarcastico lemma del suo Dizionario filosofico), politici (come l’imperatrice Maria Teresa d’Austria) e uomini di chiesa, e che si sviluppò nel corso del XVIII secolo a colpi di memorie, articoli, dissertazioni filosofico-teologiche ed editti.

Il motivo di tanto interesse per questa figura, che traeva origine dal folklore più ancestrale dei territori orientali dell’Europa, sorse quando, a ondate successive, dalla fine del Seicento fino a oltre la metà del secolo successivo, si moltiplicarono da parte di pubblici funzionari e viaggiatori che percorrevano le regioni più a est dei domini asburgici, le notizie e le relazioni riguardo a morti che uscivano dalle tombe e che erano capaci di: […] parlare, mostrarsi intesi dei segreti della casa, chiedere da mangiare e da bere, succhiare il sangue ai vivi, metterli a letto, chiedere alle propria moglie il debito coniugale e poi di fatto disparire […]

Le ondate di panico che investirono quei territori, con centinaia di cimiteri profanati, cadaveri riesumati, impalati, smembrati e poi bruciati per evitare che tornassero a dissanguare i vivi o a impestare il bestiame, oltre alle persecuzioni nei confronti di soggetti sospettati di diffondere il contagio, misero a rischio l’ordine pubblico al punto da richiedere un deciso intervento da parte del potere centrale: tra il 1755 e il 1756 con il Rescritto sui vampiri e il Rescritto sulla superstizione e la magia, l’imperatrice Maria Teresa negò ex lege l’esistenza dei vampiri e avocò a sé la competenza esclusiva di valutare gli eventuali casi di vampirismo.

Essa aveva fatto sue le considerazioni svolte dal proprio medico di corte, l’olandese Gerard Van Swieten, a cui aveva affidato l’incarico di investigare sui numerosi episodi che da decenni funestavano le marche orientali dell’impero. Questi aveva quindi prodotto una Considerazione intorno alla pretesa magia postuma (1755), che costituisce «il più lucido tentativo di spiegare “scientificamente” le credenze sui vampiri».

Dopo aver tributato omaggio alla “Verità” rivelata dalle Sacre Scritture e agli eventi miracolosi in esse descritti, sui quali ovviamente nessun dubbio può e deve essere espresso, l’autore demolisce ogni possibile interpretazione soprannaturale del fenomeno vampiresco, alla luce della capacità di «Scienze e Arti» di rendere spiegabili naturalmente fenomeni che l’ignoranza aveva prima dipinto come prodigiosi (come ad esempio le eclissi e i fenomeni elettrici).

Van Swieten punta a smontare le due manifestazioni tipiche del vampirismo, cioè la conservazione anomala dei corpi dei presunti vampiri nella tomba e la loro capacità di inquietare « i viventi con apparizioni, rumori, soffocazioni ecc.», alla luce di quelle che erano le conoscenze mediche, fisiche e chimiche dell’epoca, nonché della sua esperienza personale di medico.

Se per il primo aspetto possono intervenire molteplici cause, legate al lima, alla natura terreno, alle modalità di sepoltura, alle cause della morte, alla complessione dei soggetti, allo stile di vita e all’alimentazione, per quanto riguarda il secondo, egli nota che buona parte delle vittime delle presunte aggressioni:

avea malattie di petto, le quali cagionavan loro grandi affanni allorquando erano in letto. […] Tutti sanno che la sola paura può essere cagione di spaventevoli affanni.

All’origine del fenomeno ci sarebbe dunque una sorta di predisposizione individuale della vittima, dovuta a uno stato di infermità, a cui va sommata la spaventosa miseria materiale e l’arretratezza culturale in cui versano le popolazioni delle regioni orientali, che le rende facili prede di ogni tipo di superstizioni. Sono conclusioni molto simili a quelle a cui giunge Giuseppe Davanzati, la cui Dissertazione sopra i vampiri costituisce per buona parte del secolo il riferimento obbligato sul tema, assieme all’opera dell’abate francese Augustin Calmet (Dissertations sur les apparitions des anges, des démons et des esprits et sur les revenants et les vampires de Hongrie, de Boheme, de Moravie et de Silésie, 1746). Per giungervi però Davanzati, arcivescovo di Trani, che nel periodo del seminario aveva fatto studi di matematica e fisica, oltre che di diritto e teologia, squaderna un volume di oltre 200 fogli grondanti erudizione, in netto contrasto con le trenta agili paginette redatte da Van Swieten in quel di Vienna. Circolata in manoscritto fin dagli anni 30 del secolo, stampata a Napoli nel 1774 e poi nel 1789, la Dissertazione consta di 18 capitoli che intendono affrontare l’argomento da tutte le possibili prospettive. È però notevole che un terzo dello spazio (dal capitolo 6 al capitolo 11) sia dedicato a vagliare l’argomento dal punto di vista teologico, con ben cinque capitoli su sei votati a escludere categoricamente la possibilità di un intervento diabolico a causare il vampirismo, mentre poi solo tre capitoli riguardano le possibili spiegazioni fisiche e naturali delle apparizioni vampiresche.

Pur giungendo ai medesimi esiti di Van Swieten, con l’attribuzione delle cause delle credenze nei vampiri alle suggestioni di una forma particolarmente «corrotta e depravata» di «fantasia», vale a dire della facoltà umana di immaginare a partire dai dati della coscienza e da percezioni più o meno distorte, le argomentazioni del prelato pugliese si presentano più stratificate di quelle del medico olandese, dato che più complessa è la funzione che la Dissertazione deve svolgere all’interno del paradigma teologico a cui afferisce.

Essa non deve solo fornire la spiegazione naturale di un fenomeno preteso come prodigioso, ma anche tentare di introdurre elementi di “razionalismo” all’interno di una architettura dogmatica consolidata, senza però scardinarne la sostanza teologica o, peggio ancora, sconfinare in una prospettiva che possa esser tacciata di deismo, volta cioè a escludere ogni intervento divino nel mondo dopo la sua creazione, ad esempio attraverso i miracoli, per la cui definizione al capitolo 10 Davanzati si richiama addirittura a Boezio, o attraverso la rivelazione.

Il vampirismo divenne così una sorta di banco di prova per le istanze del cosiddetto “Illuminismo cattolico”,7 ossia di quel movimento intellettuale che tentò di integrare alcuni elementi “progressisti” dello spirito dei lumi all’interno del corpo dottrinario della religione cattolica, riformandone in parte le istituzioni e sfrondandone le liturgie e i riti da contraddizioni, incrostazioni superstiziose e credenze popolari, provocando in seno alla Chiesa vivaci dispute sull’attendibilità dei miracoli, sulla possibilità di un intervento soprannaturale nella vita terrena, sulla stregoneria, e sulle manifestazioni della santità, alcune delle quali – come la mancanza di decomposizione delle spoglie fisiche del santo o la sua apparizione ai vivi dopo il trapasso – erano assai simili a quelle che caratterizzavano il presunti vampiri. Entro l’impianto argomentativo razionalista e “naturalistico” della Dissertazione, tale snodo tematico rivela la necessità per Davanzati di mantenersi “al di qua” della linea dello scetticismo e dello scientismo puro. Appurato che questi fenomeni sono in linea generale sempre spiegabili tramite cause fisiche o l’azione mal diretta della “fantasia” , come distinguere tali casi da quelli che invece riguardano davvero santi, beati e figure di devozione?

La soluzione proposta da Davanzati non è certo quella che ci si aspetterebbe a uno studioso che intrattenne una fitta corrispondenza con Leibniz, tentò di conoscere di persona Newton ed ebbe contatti con alcune delle menti più brillanti della sua epoca, come Francesco Redi, Ludovico Antonio Muratori e Pierre Bayle: se tal apparizione

[di un Santo, ndr]

avverrà a una persona profana, poco ferma nella virtù morali Cristiane, ed in poco concetto di un uomo da bene […] si dovrà stimare per puro effetto di fantasia corrotta, ed opera puramente naturale, dove all’incontro, se quella medesima apparizione accaderà a qualche altra persona, che sarà ben fondata nelle virtù morali Cristiane, e sarà tenuto effettivamente in concetto di uomo da bene, tali apparizioni dovranno credersi soprannaturali e veramente miracolose.

Oltre a violare il principio del “Rasoio di Occam”, che vieta di postulare cause non necessarie alla spiegazione di un fenomeno, assieme all’elementare inferenza per cui fenomeni identici dovrebbero avere cause identiche, essa prospetta una sorta di differenza non “ontologica”, ma puramente “semiotica” tra miracolo e fenomeno naturale, affidando alla Chiesa il compito di dirimere di volta in volta la questione e riaffermando così la centralità del sapere (e del potere) teologico all’interno dell’”ordine del discorso” sulla natura.

Centralità che la scienza, con la complicità di alcuni profondi rivolgimenti politici, economici e sociali avrebbe scalzato definitivamente solo dopo qualche decennio, con buona pace del devoto Davanzati.

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