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Mirko, che passò intorno ai cavalli

di Gianluca Morozzi

Eccola qui, la mia vecchia scuola elementare.
Sì, non sembra diversa da diecimila altri edifici uguali sparsi in tutta Italia. Ma siccome tu hai detto che se questa nostra relazione deve funzionare ci dobbiamo dire tutto, ecco, ogni mia paura è nata qui. E siccome ti sei stupita quando ti ho rivelato qual è, per me, l’opera di narrativa più terrificante di tutti i tempi, per spiegartene il motivo devi capire quel che è successo a Mirko nel cortile della scuola.

Tu sei troppo giovane per ricordarti Happy Days, una serie tv che guardavo da bambino, nella seconda metà degli anni Settanta. Non le chiamavamo serie tv, all’epoca: erano i telefilm, oppure, come diceva mio nonno, gli sceneggiati. E comunque la notte che ci siamo conosciuti, mentre cantavamo al karaoke del Fun Cool Oh, ti ho vista che cantavi quella canzone di Max Pezzali, quella che dice “gli anni di Happy Days e di Ralph Malph”, ecco: in Happy Days c’erano Fonzie, c’era Potsie, c’era Ralph Malph, ma soprattutto c’era la famiglia Cunningham. Madre, padre e i tre figli, Richie, Joanie detta Sottiletta, Chuck.
Chuck era il fratello maggiore, ma non è che combinasse molto, nelle varie puntate: in genere giocava a basket. Io ci scherzavo con i miei fratelli, visto che anche noi eravamo in tre, due maschi e una femmina, e il maggiore ero io.
Quel che in pochi ricordano è che dopo due stagioni di Happy Days Chuck scompariva. Spariva nel nulla, nessuno lo nominava mai più, nessuno si stupiva del fatto che una famiglia con tre figli d’un tratto ne avesse solo due. E io non riuscivo più a divertirmi nel vedere Fonzie che accendeva il juke-box con un pugno e zittiva le cicale nel bosco. Continuavo a chiedere: «Mamma, dov’è Chuck? Mamma, che fine ha fatto Chuck?». Ma mia madre, che Happy Days lo guardava distrattamente insieme a me mentre preparava la cena, forse si era persa quei venti secondi sparsi nelle varie puntate in cui l’inutile Chuck Cunningham infilava il pallone nel canestro, e mi rispondeva «Ma quale Chuck? C’è Richie, c’è sua sorella Joanie, chi è Chuck?».
Capisci? Io ero il fratello maggiore.
Come Chuck.
Aspetta e capirai il resto.

In seconda elementare, a un certo punto ci eravamo trovati in classe un bambino nuovo. Non era abituale che arrivasse un compagno di classe da un giorno all’altro a novembre: si diceva che fosse il figlio di un giostraio del luna park che era arrivato a Bologna da poco, ma non era ben chiaro.
Il primo giorno, il maestro gli aveva chiesto di dire il suo nome a tutti noi e lui aveva risposto «Marino», poi si era corretto «uuuhm… Mirko.»
Io non so, non ricordo come eravamo diventati amici io e Marino/Mirko. Diventare amici non richiedeva grandi scambi culturali, enormi sovrastrutture, bastava calciare un pallone nel cortile della scuola durante la ricreazione.
Il cortile di cemento era delimitato da un muretto alto abbastanza da non poter essere scavalcato da un bambino di sette anni.
Be’, a un certo punto Mirko aveva iniziato a farsi ossessionare da qualcosa che c’era al di là del muro. La scuola confinava con un parco pubblico, in cui c’era un campo da calcio sabbioso in cui giocavano quelli più grandi, degli scivoli, un’altalena, un circolo per gli anziani. Si chiamava Giardino Donatori di sangue, ma tutti lo chiamavano il Parco della Quercia. Perché al suo centro esatto c’era una quercia, vistosissima, maestosa, con un’enorme cavità nel tronco. Come una tana profonda in cui nascondersi.
«Io voglio scavalcare il muro ed entrare nella quercia!» ripeteva ogni mattina Mirko.
«Ma non ci si riesce» dicevo io tutte le volte,«è troppo alto», e Mirko, ridendo «Non è alto, basta che tu mi faccia da gradino con le mani!». E io: «Ma come fai poi a risalire dall’altra parte?»
Lui a quel punto sbuffava e alzava le spalle. «Oh, chiederò a qualcuno di quei vecchietti di aiutarmi, o a una delle mamme col passeggino.»
E bada: il Parco della Quercia era, ovviamente, aperto al pubblico. Mirko avrebbe potuto andarci alla fine della scuola, o in un qualunque pomeriggio, o in una qualsiasi domenica, ma per lui sembrava fondamentale arrivare a quella quercia di mattina, in modo clandestino, durante la ricreazione. Solo che il nostro maestro e le maestre delle altre classi erano lì in cortile con noi, ci sorvegliavano, e Mirko non metteva mai in atto il suo piano.
La seconda elementare era finita, ci avevano scattato la foto di classe, e in quella foto ero accanto a Mirko. Lui era l’ultimo in piedi a sinistra, io ero il penultimo, tenevo il gomito appoggiato alla sua spalla. Eravamo tutti sorridenti, i maschi con i grembiulini neri, le femmine con quelli bianchi.
(C’erano ancora i grembiulini quando andavo a scuola io, sì, sono così vecchio.)
Lo ripeto: io tenevo il gomito sulla sua spalla, in quella foto scattata nell’atrio della scuola. Quella foto che tutte le famiglie avevano in casa.
In quella foto, te lo giuro, tenevo il gomito sulla sua spalla.
In quella foto, te lo giuro, ero il penultimo della fila.

All’inizio della terza elementare, la solfa di Mirko era ricominciata: «Guarda» diceva «sono cresciuto, secondo me se allungo bene le mani riesco a risalire da solo e a tornare nel cortile con un salto.» Continuava a dirlo, non lo faceva mai.
Poi, una mattina di ottobre, c’era stata l’occasione buona. Due bambini di un’altra classe avevano preso ad azzuffarsi, uno si era preso un calcio sul naso, aveva iniziato a sanguinare e a piangere. Tutti i maestri e le maestre erano accorsi sul luogo del misfatto.
Mirko aveva colto l’attimo. «Dai dai» mi aveva sussurrato «fai il gradino, adesso, adesso!»
Io avevo obbedito automaticamente: avevo unito le mani intrecciando per bene le dita, Mirko aveva messo un piede sui miei palmi e si era dato la spinta per saltare oltre il muro. Nessuno degli insegnanti l’aveva visto. Ogni sguardo era concentrato nel punto della rissa.
Solo io guardavo dalla parte opposta.
Solo io vedevo Mirko che correva felice nel parco, arrivava fino alla quercia, la toccava. Mi guardava trionfante.
Un attimo prima di sparire nella cavità del tronco, aveva alzato entrambi i pollici. Come faceva Fonzie in Happy Days.
Poi si era addentrato in quello spazio vuoto, la cavità nel cuore del legno, e non l’avevo visto più.

Dopo qualche istante, il nostro maestro e le altre maestre avevano riguadagnato l’attenzione sulla totalità dei bambini nel cortile, assicurandosi che nessuno si fosse fatto male mentre non guardavano. E io me ne stavo lì, paralizzato accanto al muretto, colpevole, colpevolissimo, aspettando che il maestro arrivasse a chiedermi «Dov’è Mirko? Dov’è andato Mirko? Eh? Parla! Lo hai aiutato a fuggire?» con tono inquisitorio da anziano e crudele cattivo dei cartoni animati.
E intanto pensavo, gettando occhiate furtive alla quercia: Dai Mirko, hai fatto quel che volevi fare, ora esci da lì, non so come farai a risalire il muretto senza farti vedere, ma esci da lì, per favore.
Quand’era suonata la campanella di fine ricreazione, mi ero detto: Astuto, Mirko: sta aspettando che il maestro e le maestre si girino per riportarci dentro, e solo in quel momento salterà dentro il cortile e correrà a confondersi in mezzo a noi.
Mi ero voltato indietro al momento di rientrare, ma la testa di Mirko non era sbucata sopra il muretto, il suo grembiule nero non era schizzato in mezzo ai nostri.
Seduto al mio posto in aula, avevo aspettato l’inevitabile. Di lì a poco il maestro avrebbe detto «E Mirko dov’è? Chi è l’ultimo che l’ha visto durante la ricreazione?», tutti avrebbero indicato me, io avrei confessato…
Ma non aveva detto niente, il maestro. Aveva cominciato a parlare di qualcosa che non avevo nemmeno recepito, forse gli antichi romani, forse le divisioni, non lo so.
Dalla finestra dell’aula si vedeva il parco. Si vedeva la quercia.
Io fissavo la quercia.
Al momento di tornare a casa, mi ero accorto di qualcosa di assurdo e terribile.
Il banco di Mirko era vuoto. Il quaderno, le matite, la cartella appesa al gancio, tutte le cose che aveva lasciato lì per correre in cortile al suono della campanella dell’intervallo: non c’era niente. Come se Mirko, quella mattina, a scuola non fosse nemmeno venuto.

Nessuno aveva mai nominato Mirko. Nessuno si era stupito dell’assenza di Mirko, e quando avevo provato a fare il suo nome con gli altri bambini della classe, mi avevano guardato come si guarda il tonto ufficiale della scuola.
E allora, un pomeriggio, avevo aperto un cassetto. Il cassetto in cui mia madre teneva le mie foto scolastiche, quella della prima elementare, quella della seconda elementare…
Avevo sgranato gli occhi stupefatto.
Nella foto, adesso, ero l’ultimo della fila. E il gomito che, lo ricordavo bene, era appoggiato alla spalla di Mirko, ora, per un effetto ottico, sembrava poggiare sul corrimano della scala.
Ora capisci?

Poco tempo dopo la sparizione di Mirko nel ventre della quercia, avevo letto uno dei tanti libri di mio nonno. Un vecchio libro ingiallito e impolverato, una raccolta di racconti di fantascienza che si chiamava Le meraviglie del possibile.
C’erano autori che conoscevo per via dei romanzi Urania, Asimov, Dick, Clarke, ma anche uno sconosciuto, un tale H. Beam Piper. Il suo racconto si intitolava Passò intorno ai cavalli. Parlava di un uomo, un diplomatico inglese, che scompariva nel nulla mentre cambiavano i cavalli alla sua carrozza davanti a una locanda in Prussia. Ma in realtà finiva in un universo parallelo, un mondo simile ma differente, in cui i coloni americani avevano perso la guerra d’Indipendenza contro l’Inghilterra, in cui Napoleone era solo un colonnello fedele alla monarchia francese e nessuno aveva mai sentito parlare del generale Wellington. In questa Terra parallela, alla fine, il diplomatico veniva ucciso in un tentativo di fuga.

Ora capisci perché nessun romanzo, nessun film, nessuna storia mi ha mai terrorizzato quanto quel breve racconto di fantascienza?
Ora capisci?

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